Microcriminalità

Rocco Carmine Cascini

P R E S E N T A

Di notte,di giorno,al mare,ai monti e in ogni luogo.In casa,al bar,dal giornalaio.
“No, non siamo nel  Far West” 

LA MICROCRIMINALITA’ e DEVIANZA GIOVANILE

PREFAZIONE

La miscela da dare al paziente……… (cittadino)  deve  contenere una dose di Polizia, una di Giustizia e un’altra di Welfare. Il primo ingrediente può fare effetto subito, ma senza gli altri due non si mette in piedi, nel lungo periodo, quel circolo virtuoso che tiene insieme le società libere e bene ordinate e che si regge su tre gambe: cultura della legalità, sviluppo economico equilibrato e sicurezza dei cittadini.”””

LA PERCEZIONE DEI CITTADINI

Il problema della microcriminalità pur suscitando minore allarme sociale rispetto alla grande criminalità organizzata, in molti casi incide più significativamente – in forma tangibile e diretta – sul vissuto quotidiano dei cittadini.
Il timore di rimanere vittime della microcriminalità – aggressioni, furti, scippi nel quartiere dove si vive o dove si lavora – può infatti condizionare e spesso modificare radicalmente le scelte dei cittadini in relazione alle abitudini di vita, talvolta giungendo a determinare in alcuni di essi la decisione di cambiare la città di residenza.
Se dunque la presenza della microcriminalità nel quartiere comporta per alcuni un concreto e negativo vissuto, è anche vero che spesso le immagini, i racconti e le esperienze concernenti il fenomeno criminale si “moltiplicano” e amplificano molto al di là della loro effettiva consistenza; ciò avviene solitamente attraverso tre importanti “casse di risonanza”: la prima è quella dell’informazione dei mass media che sottolineano e pubblicizzano gli episodi di cronaca; la seconda è ancora legata ai mass media, e più precisamente alla fiction che trova uno dei suoi temi privilegiati proprio nello scontro tra criminali, da un lato, e polizia e cittadini dall’altro; la terza “cassa di risonanza” è rappresentata, infine, dalla comunicazione orale tra i cittadini e soprattutto tra quelli più deboli e più esposti alla piccola criminalità.
A fronte di tale quadro l’Eurispes ha effettuato, nel mese di luglio 1994, un sondaggio tra mille cittadini, proporzionalmente distribuiti nelle venti regioni italiane, per raccogliere e valutare la loro effettiva percezione della sicurezza personale e dei rischi che essi ritengono di correre nel luogo in cui vivono a causa della criminalità.
La prima e forse meno prevedibile evidenza, a tale riguardo, risulta essere il giudizio sulla pericolosità del quartiere – o del paese – in cui gli intervistati vivono: soltanto l’11% degli interpellati definisce infatti pericoloso il proprio quartiere, mentre la quota più elevata (48,2%) esprime il giudizio opposto. Sempre nella direzione della “assenza di allarme” va inoltre considerata la posizione di quella rilevante quota di intervistati (40,8%) che definiscono il proprio quartiere “né tranquillo né pericoloso”.

Il fenomeno della devianza minorile nel meridione d’Italia, non può essere analizzato senza considerare le caratteristiche del contesto, la cultura dominante e le caratteristiche della criminalità organizzata, che prolifera in forme anche molto differenziate su questo territorio.

L’ipotesi si basa sulla constatazione che il modello di sviluppo imposto al Sud e che ha avuto effetti di disuguaglianza e arretratezza, non solo non ha prodotto un processo di modernizzazione nel senso della cultura urbana, industriale, sindacale propria dei paesi più avanzati, ma ha prodotto un processo di disintegrazione di quel tessuto di modelli culturali propri del Sud. In questi termini, il Sud italiano non è per nulla una realtà omogenea, sia in termini di contesti socioculturali, sia riguardo a rapporti di dipendenza economica tra centro e periferia che caratterizza le aree con sviluppo anomalo.

Esistono molteplici aree meridionali, alcune caratterizzate da uno sviluppo selvaggio prodotto dall’urbanesimo e un certo tipo di industrializzazione, mentre altre sono soggette allo spopolamento e alla marginalizzazione.

I due fenomeni sono connessi e rappresentano le due facce di uno stesso processo che accomuna tutte le aree nei loro rapporti verso il Nord, rispetto al quale “…il meccanismo di sviluppo che è stato attivato non tende né tenderà a colmare il divario tra Nord e Sud, se mai ad accrescerlo”

Così, considerata che tale biforcazione si è dilatata funzionalmente e strutturalmente al tipo di sviluppo che si è configurato, quest’ultimo va visto sia all’interno del Sud sia nel rapporto verso il Nord, ma inserito nel quadro più generale del Nord Europa, Sud Europa e nell’area del Mediterraneo.

Il sottosviluppo del Sud si basa sulla dipendenza economica e finanziaria, sulla dipendenza politica e culturale e sul fatto che le grandi decisioni riguardanti vari settori sono prese fuori dell’area meridionale.

In base alle linee tracciate, possiamo dire che ” un certo tipo di sviluppo genera marginalità, ma il non-sviluppo genera un’accentrata marginalità”.

La marginalità è generata dallo sviluppo dipendente e la sua crescita si esprime nella crescente distanza tra centro e periferia, con la separazione e ghettizzazione della sua formazione.

Essa diviene il polo della povertà, dell’analfabetismo, delle vittime, dei soggetti della devianza e della violenza.

La marginalità è “come una cultura in vitro o un incubatore della devianza e diversità sociale, nel senso che ponendo l’individuo e il gruppo nella situazione di ambivalenza e ambiguità, lo colloca di fronte a codici morali e culturali contrastanti e perciò devia dall’uno o dall’altro o da tutti e due insieme”.

In questo senso, la contraddittorietà nella situazione marginale del meridione, nasce appunto in questa sovrapposizione e coesistenza di modelli propri di una società tradizionale e modelli propri di una società moderna.

La devianza è una risposta adattiva dell’individuo e del gruppo ad una situazione d’ambivalenza comportamentale ed è una mediazione tra codici tradizionali e moderni.

D’altra parte, essa è integrativa, ha degli obiettivi da raggiungere e nello stesso tempo risponde a fenomeni di latenza, tensioni, conflitti e drammi presenti nell’area marginale.

Come mai tra i ragazzi c’è tanta confusione tra limite del divertimento e soglia del crimine?

Vorrei limitarmi all’oggettività di qualche dato. Pensiamo alle discoteche, al centro dell’attenzione di giornali e televisioni. Non è vero che ricerca del nuovo e del divertimento esasperato riguardi unicamente la clientela dei giovani e dei giovanissimi. Nell’esercizio della nostra attività di prevenzione anche le discoteche frequentate dagli adulti pongono talvolta problemi. Molte discoteche che fanno il cosiddetto fuori orario sono luoghi a rischio. Dove è richiesta la resistenza fisica, gli stupefacenti possono avere vita facile. Trascorrere la notte in piedi ha un effetto sul nostro fisico analogo a quello prodotto dal cambiamento di fuso orario in un lungo viaggio aereo, ben noto a tutti quanti impiegano giorni e giorni per recuperare il ritmo del giorno e della notte. Spesso, quando la polizia si presenta a una serata di tendenza, i water delle discoteche si intasano e/o sono intasati di pasticche e di bustine. Non voglio dire che bisogna disertare questi luoghi di ritrovo, che da giovane ho frequentato anch’io per divertimento. Ma i rischi sono dietro l’angolo e molti non resistono alla lusinga di un potenziamento artificiale delle proprie risorse fisiche, che altrimenti non sarebbero in grado di sostenere lo sforzo notturno richiesto. Nella società di oggi questa confusione tra limite del divertimento e soglia del crimine la ritroviamo tra i giovani come tra i meno giovani, con una diffusione del fenomeno davvero preoccupante.

Cosa spinge un ragazzo a sconfinare nel reato?

Primo fattore da segnalare è il desiderio di emergere, una ricerca della visibilità davvero fortissima nella società di oggi. Questo determina in certi ambienti ed in particolari occasioni una corsa all’originalità, all’apparire out, al desiderio di essere il più sfasato e stravagante. Ciò produce ammirazione negli altri ma anche disattenzione verso la realtà circostante, perdita del senso del rischio e sconfinamento nel reato vero e proprio.

Quali sono i reati più diffusi tra i minorenni?

Statisticamente parlando, i furti nelle abitazioni e nelle autovetture, che talvolta sono istigati da maggiorenni e talora perfino dal padre e dalla madre, data la non punibilità assoluta del minore con meno di quattordici anni e la punibilità attenuata del minore con più di quattordici anni. Abbiamo prove di bambini venduti allo scopo di rubare e di comunità che si litigano quelli particolarmente addestrati ad entrare nei luoghi chiusi attraverso piccole aperture. Questi sono capaci di imprese che gli adulti, per motivi fisici ed altre ragioni oggettive, non riuscirebbero a portare a compimento. Tali bambini, a volte nomadi a volte stranieri, ma anche connazionali. Sarebbe possibile addebitare la responsabilità oggettiva ai genitori, ma questi o sono ignoti o non vengono a riprendersi i figli. Dopo i furti vanno segnalati per percentuale di frequenza i danneggiamenti, specialmente dopo le serate brave in discoteca o in casa di amici. Anche reati gravi e gravissimi sono diffusi, soprattutto nelle aree del paese meno sviluppate economicamente e soggette ad una forte presenza di malavita organizzata.

Il problema più attuale tra i minorenni è l’abuso di droghe leggere oppure l’abuso di alcol?

Ciò che preoccupa maggiormente è il mix di alcol e di droghe, consumato nelle feste e nelle serate di tendenza. Quando fermiamo gli spacciatori troviamo nelle loro tasche anche 300-400 pasticche di ecstasy. Non sono quantitativi per due o tre persone. Con una bottiglia di whisky si può anche morire, mentre uno spinello non provoca la morte. Tuttavia questo non deve significare che fumare spinelli non abbia rilievo. La normativa italiana in materia di stupefacenti non risale all’età della pietra: è del 1990, e quindi assai recente, in linea con gli impegni assunti dal paese sul piano internazionale. La nuova legge ha reso più organiche le disposizioni precedenti e se da una parte persegue con intransigenza lo spaccio, dall’altra prevede il recupero dei tossicodipendenti e livelli molto articolati di sanzioni.

Cosa spinge i giovani a drogarsi?

In base alla mia esperienza segnalo innanzitutto l’insicurezza del carattere e, più in generale, la debolezza della personalità; quindi l’ambiente familiare, se non attento al disagio adolescenziale; infine la ricerca dell’eccesso e della bravata, cioè l’ansia di affermazione. In ogni caso la constatazione preliminare su cui iniziare a riflettere è che, personalmente, non ho mai conosciuto un solo tossicodipendente che sia giunto alle droghe pesanti senza prima passare dalle droghe leggere. E’ vero che alcune droghe permettono di condurre una vita normale; ma altre annientano la vita delle persone e inducono forte dipendenza psicologica e fisiologica (per questo si parla di tossicomania). Tuttavia questa distinzione ha un valore solo clinico. Allo stato attuale lo spaccio di droga, sia di quelle considerate leggere sia di quelle cosiddette pesanti, è un reato. Non spetta ovviamente a me prendere posizione sulla proposta di liberalizzazione delle droghe leggere, avanzata da alcune forze parlamentari.

Con l’attuale legislazione il consumo di droga è aumentato o diminuito negli ultimi anni?

Il fenomeno droga è in generale aumentato. Questo dato statistico può essere però falsato dal fatto che è cresciuta la repressione delle forze dell’ordine. Stimando il consumo anche in base ai quantitativi di droga sequestrata, esso appare indubbiamente incrementato. Dieci anni fa il sequestro di un chilogrammo di cocaina rappresentava un evento straordinario, che veniva segnalato dai telegiornali nazionali; oggi un chilogrammo viene trovato nelle mani di uno spacciatore di provincia. L’unico dato confortante appare la riduzione del consumo di eroina. Questo significa riduzione delle morti per overdose, anche se è aumentato vertiginosamente il consumo di cocaina.

I fenomeni di bullismo scolastico per ottenere con minacce soldi, calcolatrici e altro sono un reato grave?

Certamente, si tratta di estorsione. Bisogna però distinguere il modo e il contesto in cui si estorce qualcosa. Gli studenti di quinta che all’inizio dell’anno scolastico si fanno pagare dai ragazzi di prima una colazione o un biglietto del cinema adottano un comportamento non lecito e non giustificabile, ma che comunque può essere valutato alla luce di consuetudini studentesche oggi forse in decadenza, ma che in passato erano molto diffuse. In questo caso il sentire soggettivo non identifica l’azione con un classico reato di estorsione. Quando invece si ha minaccia, violenza e assenza di un contesto bonario di riferimento, tutto questo si configura come un reato molto grave, quello appunto di estorsione. Devo purtroppo affermare che comportamenti di bullismo scolastico sono assai diffusi tra gli adolescenti. Si rischia grosso, se si è denunciati.

Sono frequenti gli atti di vandalismo nelle scuole?

Nelle scuole sono frequenti i furti, mentre i danneggiamenti si hanno soprattutto durante le occupazioni. In alcune città d’Italia, come ad esempio Roma, i danni durante le occupazioni sono costati centinaia di milioni alla collettività. Non sono indubbiamente esempi da imitare.

Uno che commette un reato può essere fermato da un passante?

Esiste una norma che permette al cittadino di intervenire, come se fosse un poliziotto, quando per il reato sia obbligatorio l’arresto, si abbia la flagranza e il reato sia perseguibile d’ufficio. Questo accade per tutti i crimini più gravi, quali ad esempio l’omicidio o il sequestro di persona, ma anche nel caso di rapina, cioè di furto con minaccia alle persone, e di furto con scasso (ad esempio il furto dell’autoradio in un’auto). Se però il cittadino arresta, deve poi comportarsi come un vero poliziotto: quindi deve assicurarsi che il reo sia stato neutralizzato e fare in modo che non fugga. All’arrivo delle forze dell’ordine egli non può dichiarare di aver liberato l’arrestato perché gli faceva pena. Questa ipotesi configura un’azione criminosa.

La polizia può ordinare al cittadino di compiere alcune azioni di sostegno alle forze dell’ordine?

Senz’altro, purché il compito assegnato sia nelle possibilità della persona, non necessiti di particolare addestramento e non comporti rischi. Ad esempio un poliziotto può ordinare ad un cittadino che transita in motore di andare ad avvisare il 113 di un’azione in corso, se non ha altri mezzi per chiedere aiuto. Non potrebbe certamente ordinare ad un passante di rincorrere un delinquente e di catturarlo. Nel momento in cui uno è investito di una funzione di polizia giudiziaria deve eseguire il compito affidatogli, altrimenti incorre in una violazione al codice penale.

La televisione e il cinema possono influire negativamente sugli adolescenti fino al punto di indurre a condotte criminali?

Ritengo di sì, anche se la risposta è a titolo personale perché non sono un esperto in materia. Posso solo affermare con cognizione di causa che quando la televisione trasmette determinati annunci o appelli o notizie che turbano profondamente l’opinione pubblica, è un susseguirsi al 113 di telefonate con segnalazioni e richieste d’intervento. Il fenomeno dell’autosuggestione e dell’emulazione passiva appare molto condizionato dal mezzo televisivo e cinematografico, soprattutto nei minori che vi trovano idoli e comportamenti da imitare, non sempre positivi.

Cosa bisogna fare per accrescere nei giovani il rispetto della legge?

Con i giovani bisogna dialogare prima che essi siano coinvolti in bravate notturne, in episodi di droga o in risse tra tifoserie. Quegli ultras che negli stadi costituiscono un grave problema per chi a  spesso il compito di far rispettare l’ordine pubblico durante le partite di calcio, quando vengono interrogati in questura sembrano spesso giovani normalissimi, che avrebbero potuto capire l’assurdità di determinate azioni. L’utilità formativa con i giovani, sta nell’idea che la scuola debba fornire agli adolescenti gli strumenti per cogliere il limite tra divertimento e soglia del crimine, che è il problema da cui siamo partiti, prima di un comportamento criminoso e non quando ormai è troppo tardi.-

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